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L’orologio di Turandot, Firenze

“Fin da ragazzo ho coltivato una grande passione per la musica lirica e per Puccini, ma non sono un musicologo. A me interessa prima di tutto l’uomo, un personaggio complesso, e di riflesso l’artista”. Maurizio Sessa è al suo terzo libro su Puccini, probabilmente il più impegnativo, nel quale ha riversato, oltre alla passione giovanile, il frutto di straordinarie ricerche collezionistiche e la lunga esperienza di giornalista professionista maturata a La Nazione, dove è approdato dopo la laurea in Lettere e Filosofia.
Il ‘Puccini ter’, se così si può dire, si intitola “L’orologio cinese di Turandot. Lo spartito inedito di Puccini tra Firenze e Capalbio” (Edizioni Medicea Firenze, 2026, pp. 160, 20,00€). Per una singolare coincidenza, è stato presentato lo scorso 28 aprile a Palazzo Vecchio (Sala d’Armi), a cento anni esatti dalla prima esecuzione dell’opera che il Maestro non riuscì a terminare, avvenuta alla Scala sotto la direzione di Arturo Toscanini il 25 aprile 1926. Puccini era morto diciassette mesi prima (e non cinque, come erroneamente riportato, ndr) in una clinica a Bruxelles.
L’autografo donato
Qual è, dunque, il legame che unisce la Turandot a Capalbio e Firenze? Puccini arriva a Firenze ai primi di maggio del 1919 per l’allestimento del suo ‘Trittico’, in programma al Teatro della Pergola e accolto, il 10 maggio, con caloroso successo. Tre giorni dopo, il Maestro viene festeggiato alla Società Leonardo da Vinci, uno dei maggiori punti di riferimento della cultura non solo fiorentina ma italiana. Lo accompagna Gioachino Forzano, il librettista di fiducia. Sarà per l’accoglienza molto calorosa o per il successo del Trittico, ma Puccini decide di lasciare una traccia del suo genio donando a uno dei presenti un foglio musicale con sedici battute tratte da una melodia cinese, probabilmente ascoltata da un orologio carillon. All’ascolto, le sedici battute si rivelano analoghe a quelle dell’aria: ‘Là sui monti dell’Est la cicogna cantò ma l’april non rifiorì e la neve non sgelò’. Il foglio riporta anche due coordinate spazio-temporali: “Lo scritto è del 18… il 13 maggio 1919 alla Leonardo”. A ricevere il dono è l’ammiraglio livornese a riposo Ulisse Olinto Cecconi, fratello del pittore post-macchiaiolo Eugenio.
L’ambiente toscano
Puccini, grande appassionato di caccia, frequentava spesso la Maremma e Capalbio era una delle sue mete preferite. Maurizio Sessa ne ha scritto nel primo dei suoi tre volumi: “Andrò nelle Maremme. Puccini a caccia tra Bolgheri e Capalbio”. Nel suggestivo borgo grossetano, Puccini era ospite a Palazzo Collacchioni, dove è tuttora conservato il pianoforte su cui suonava tra una battuta di caccia e l’altra con i fratelli Collacchioni e Tommaso Corsini, duca di Lajatico.
Perché è importante questo nuovo libro? Perché offre uno spaccato lucido, supportato da un’ampia documentazione fotografica, della Firenze di allora, a un anno dalla fine della Grande Guerra: una città culturalmente vivace dove la Pergola e la Leonardo da Vinci erano i centri di un mondo che aveva prodotto riviste di pregio come ‘La Voce’ di Giuseppe Prezzolini, ‘Lacerba’ di Giovanni Papini e Ardengo Soffici, il ‘Leonardo’ e ‘Il Marzocco’.
L’ultimo capolavoro
Quanto alla ‘Turandot’, l’inedito ritrovato da Sessa dimostra che già nel 1919 il Maestro era alla ricerca del filo conduttore della sua ultima opera, e che probabilmente aveva iniziato a scriverne proprio sul pianoforte di Palazzo Collacchioni. Del resto, ovunque andasse a caccia, Puccini pretendeva un pianoforte: accadeva a Capalbio come a Bolgheri, nella Villa La Contessa dei conti della Gherardesca.
Torre del Lago, la Maremma, Lucca e Firenze: Puccini ebbe però una dimensione internazionale. Non a caso, il secondo libro di Sessa si intitola “Puccini 100 anni: viaggio sentimentale da Lucca al mondo”. Ricorda Sessa: «Puccini era molto legato alle sue radici, ma aveva una statura mondiale, come testimoniano le sue opere: sceglieva spesso soggetti stranieri, da ‘Butterfly’ alla ‘Fanciulla del West’ fino a ‘Turandot’”. Conclude l’autore: “Forse avrebbe meritato maggiore considerazione dalla grande editoria, e certamente non meritava l’immagine distorta che qualcuno, in passato, ha diffuso di lui”.
