Cosa c’è di bello al cinema: 3 film usciti questa settimana che vi consigliamo di andare a vedere

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13 gennaio – 19 gennaio 2017

Giovedì è il giorno in cui tradizionalmene arrivano in sala i nuovi film, venerdì è il giorno in cui noi vi diciamo per quali di questi vale la pensa spendere i soldi del biglietto. Questa settimana: il ritorno di Scorsese con Silence, The Founder che ci fa scoprire soprattutto che il tizio che ha costruito McDonald’s non si chiamava McDonald’s, Brad Pitt e Marion Cotillard fanno l’amore mentre combattono il Terzo Reich in Allied.

Silence

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Diretto da Martin Scorsese. Scritto da Jay Cooks. Cast: Adam Driver, Andrew Garfield, Liam Neeson, Ciarán Hinds, Issey Ogata, Shinya Tsukamoto, Ryô Kase. Il trailer è questo

Trama: la storia di due gesuiti portoghesi (interpretati da Andrew Garfield e Adam Driver) che nel XVII secolo intraprendono un lungo viaggio in Giappone per trovare il loro mentore scomparso padre Christovao Ferreira (Liam Neeson) e per diffondere il cristianesimo.

Dunque, mettiamo subito in chiaro una cosa: Silence è lungo (due ore e quaranta minuti), complicato e profondo, quindi se state cercando un film per passare in allegria la domenica pomeriggio, meglio passare oltre. Silence è l’adattamento del romanzo del 1966 di Shūsaku Endō Silenzio (un romanzo bellissimo che vi consiglio di leggere), che Scorsese scoprì nel 1988 grazie a un amico che gliene regalò una copia dopo che L’ultima tentazione di Cristo fu definito dal Vaticano “moralmente offensivo”. La storia è ambientata nel periodo Tokugawa (il XVII secolo) e racconta le persecuzioni di cui i Kakure Kirishitan (i cristiani giapponesi costretti a nascondere la loro fede perché all’epoca illegale) furono vittime in seguito alla rivolta di Shimabara. Gran parte della storia è raccontata in forma epistolare attraverso le lettere del gesuita Sebastião Rodrigues (personaggio basato sull’italiano Giuseppe Chiara), sfiancato dalle persecuzioni e spezzato dal silenzio di un Dio che pare indifferente al soffrire degli uomini. Silenzio è considerato il capolavoro di Endō, un romanzo in cui lo scrittore racconta il suo dramma di cristiano perseguitato in Giappone, di straniero emarginato in Francia e di uomo sfibrato dalla malattia. Di  questo libro, Scorsese ha detto che parla “della necessità della fede di combattere la voce dell’esperienza“.

Silence (il film, ora stiamo parlando del film) è stato definito da tanti critici come una delle opere fondamentali della filmografia di Scorsese, la fine di una riflessione sulla fede che il regista ha cominciato alla fine degli anni ’80 con L’ultima tentazione di Cristo e proseguito nei ’90 con Kundun. Ma in realtà, il rapporto di Scorsese con la fede (e con il cristianesimo in particolare) è antico tanto quanto il suo rapporto con il cinema: in un’intervista rilasciata a Style in occasione dell’uscita di Shutter Island, il regista disse che: “Vivendo nella Little Italy di Manhattan potevi scegliere fra diventare gangster o prete. Io scelsi la via religiosa, ma finii per diventare un regista“. E in effetti, la gioventù di Scorsese racconta un ragazzo troppo piccolo e spesso malaticcio che non riesce a entrare nelle gang d’adolescenti della Piccola Italia newyorchese: i rimedi per la solitudine che Scorsese trova sono il cinema (i western americani e i neorealisti italiani in particolare) e la religione (“Gli unici luoghi in cui mi sentivo davvero a casa erano il cinema e la parrocchia“, dice nel libro-intervista Conversazioni su di me e tutto il resto). Nel ’56 Scorsese entra in seminario, poco dopo capisce che il presbiterio non fa per lui, molla la chiesa, nel ’60 si iscrive al corso di cinematografia della New York University, nel ’67 dirige il leggendario corto La grande rasatura, quello che succede dopo lo sapete.

Lo sapete fino a Silence, un film che merita di esser visto perché esteticamente meraviglioso e perché tematicamente ricchissimo e perché parla di uomini e fede nell’unica maniera possibile: con l’umilità del dubbio, con la sincerità della ricerca, con la paura dell’errore, senza la presuzione della risposta.

Se volete saperne di più su questo film, su Scorsese e sul suo rapporto/conflitto con la fede, leggete la (lunghissima) intervista che il regista ha rilasciato il 9 dicembre scorso a La Civiltà Cattolica. In giro ci sono già moltissime recensioni: per farla facile, vi consiglio questo pezzo de Il Post che raccoglie le più interessanti


The Founder

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Diretto da John Lee Hancock. Scritto da Robert D. Siegel. Cast: Michael Keaton, Linda Cardellini, Patrick Wilson, Nick Offerman, Laura Dern, John Carroll Lynch, B.J. Novak. Il trailer è questo

Trama: l’incredibile storia di Ray Kroc, un rappresentante di frullatori con poche prospettive che negli anni ’50, imbattutosi in un chiosco di hamburger nel bel mezzo del deserto sud-californiano, ha creato l’impero mondiale della ristorazione fast food che noi tutti conosciamo come McDonald’s.

Dopo Saving Mr. Banks, John Lee Hancock racconta un altro personaggio fondamentale nella cultura popolare americana: l’ultima volta c’era Walt Disney che convince la scrittrice Pamela Lyndon Travers a cedergli i diritti per la trasposizione cinematografica di Mary Poppins, questa volta c’è Ray Kroc che costruisce la più grande catena di ristoranti fast food del mondo partendo… in realtà dal nulla, dal deserto del Sud della California, da un chioschetto e da un panino preparato più in freta di quanto non si fosse abituati all’epoca.

Come spesso accade in questi biopic dedicati a grandi personaggi a stelle e strisce, le letture che se ne possono dare sono tante: certamente c’è l’avventura dell’uomo che ha creato un impero imprenditoriale tra i più potenti del XX (e XXI) secolo, ma c’è anche il romanzo quintessenzialmente USA del figlio d’immigrati (i genitori di Kroc erano cechi) che realizza l’american dream e la riflessione dolorosa sul prezzo che l’individuo è costretto a pagare per soddisfare l’ambizione, raggiungere il successo, accumulare denaro e mantenere il potere.

Ah, e poi c’è Michael Keaton che regala un’altra intepretazione (dopo quella in Birdman) che potrebbe valergli almeno la candidatura come miglior attore protagonista ai prossimi Oscar.


Allied – Un’ombra nascosta

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Diretto da Robert Zemeckis. Scritto da Steven Knight. Cast: Brad Pitt, Marion Cotillard, Lizzy Caplan, Matthew Goode, Raffey Cassidy, Charlotte Hope, Jared Harris, Marion Bailey. Il trailer è questo

Trama: la storia dell’ufficiale dei servizi segreti Max Vatan (Brad Pitt), che nel 1942 incontra in Nord Africa la combattente della Resistenza francese Marianne Beausejour (Marion Cotillard) in una missione mortale oltre la linee nemiche. Riuniti a Londra, la loro relazione è minacciata dalle pressioni della guerra.

Allied non è niente di nuovo, è un omaggio a un genere che ha fatto la storia della narrativa americana (il wartime romance… pensate ad Addio alle armi di Hemingway o a Casablanca) che ha il pregio di non impantanarsi nell’adorazione nostalgica. È un film dalla struttura “classica” ma con ritmo moderno, ma sopratutto è un film che funziona in ogni sua parte: funzionano le scelte stilistiche di Zemeckis, che usa la tecnologia per dare al film un’aria antica e farlo assomigliare a certi vecchi classici del genere, nei colori, nei movimenti di camera, nella composizione dell’immagine; funzionano le interpretazioni di Pitt e Cotillard, chiaramente ispirate dagli attori che negli anni ’40 e ’50 furono i protagonisti del cinema delle storie d’amore in tempo di guerra (per dire: a un certo punto del film Cotillard indossa un cappello che la fa sembrare proprio identica a Ingrid Bergman in Casablanca); funziona la sceneggiatura di Knight, che con mestiere riesce a tenere assieme un film che difatto racconta due storie separate (una di guerra e amore nella prima parte, un’altra di dubbio, tradimento e famiglia nella seconda).

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