Cosa c’è di bello al cinema

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cosa c'è di bello al cinema

a cura di Francesco Gerardi

La storia realmente accaduta di tra scienziate afroamericane che hanno contribuito a portare l’uomo nello spazio o il ritorno di Kong, il re dell’Isola del Teschio? Questa settimana vi consigliamo Il diritto di contare e Kong: Skull Island.

Il diritto di contare

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Regia di Theodore Melfi. Scritto da Theodore Melfi, Allison Schroeder. Cast: Taraji P. Henson, Octavia Spencer, Janelle Monáe, Kevin Costner, Kirsten Dunst, Jim Parsons, Mahershala Ali, Aldis Hodge, Glen Powell, Kimberly Quinn. Il trailer è questo.

Trama: L’incredibile storia mai raccontata di Katherine Johnson, Dorothy Vaughn e Mary Jackson, tre brillanti donne afroamericane che lavorarono ad una delle più grandi operazioni della storia della NASA: la spedizione in orbita dell’astronauta John Glenn, un successo che non solo riportò fiducia nella nazione ma che cambiò le sorti della Corsa allo Spazio.

Il diritto di contare è tratto dal libro omonimo scritto da Margot Lee Shetterly, la storia realmente accaduta di tre donne afroamericane che lavoravano per la Nasa durante la Corsa allo Spazio (siamo all’inizio degli anni ’60): Katherine Johnson, interpretata da Taraji P. Henson, che gli appassionati di tv americana riconosceranno come Joss Carter di Person of Interest e/o Cookie di Empire; Doroty Vaughn, interpretata da Octavia Spencer, che se avete visto The Help ricorderete certamente per la scena della torta alla cacca; Mary Jackson, interpretata da Janelle Monáe, attrice da poco e musicista di mestiere (e con risultati eccellenti: se volete farvi un’indea dell’enorme talento musicale di questa donna, ascoltate The ArchAndroid e The Electric Lady).

Il film è costato relativamente poco (25 milioni di dollari) e ha incassato tanto (197 milioni di dollari in tutto il mondo). La National Board of Review lo ha scelto come uno dei dieci migliori film del 2016, l’Hollywood Foreign Press Association lo ha candidato a due Golden Globe (miglior attrice non protagonista per Octavia Spencer e miglior colonna sonora originale), l’Academy a tre Oscar (miglior film, miglior sceneggiatura non originale e miglior attrice non protagonista ancora per Octavia Spencer). La critica ha amato il film in maniera praticamente unanime.

Siamo negli Stati Uniti del 1961, la segregaazione razziale esiste di fatto e di diritto: sono passati sette anni dalla sentenza della Corte Suprema Brown v. Board of Education of Topeka, Kansas e sei dal boicottaggio del servizio di trasporto pubblico di Montgomery, Alabama, cominciato con e da Rosa Parks, il Movimento per i Diritti Civili combatte e nel mondo si capisce che i tempi stanno cambiando (sentimento che nel 1963 Bob Dylan metterà in una canzone di discreto successo), ma l’America resta ancora un Paese in cui i neri si siedono in fondo al bus perché i posti davanti sono riservati ai bianchi e in cui gli afroamericani non possono fare pipì negli stessi bagni pubblici dei caucasici. Certo the times they are a-changin’, ma ci vuol tempo, pazienza, sangue, sudore e lacrime.

Siamo in Virginia, a Hampton, sede di quello che oggi è il più vecchio centro di ricerca dell’Agenzia Aerospaziale Americana: il Langley Research Center, luogo di nascita del Project Mercury (il primo progetto USA per mandare l’uomo nello spazio) e di lavoro per lo Space Task Group (un gruppo di ingegneri ai quali nel 1958 il governo americano disse “L’anno scorso i sovietici hanno mandato in orbita lo Sputnik. Fate meglio, perché se no vince il comunismo”). Ma la Virginia è anche uno degli Stati del Sud in cui vigono le “leggi di Jim Crow”, corpus legislativo che ha istituzionalizzato la segregazione razziale giustificandola con la dottrina “uguali ma separati”: i bianchi di qua e i neri di là, è meglio per tutti se ognuno sta con i suoi e per i fatti suoi. Siccome queste leggi esistono, nel Langley Research Center esiste la West Area Computing Unit, un gruppo composto soltanto da donne afroamericane costrette a usare bagni e mense, uffici e laboratori con all’ingresso l’insegna “Colored” (la parola all’epoca considerata politicamente corretta per definire i neri). Ed è proprio nella West Area Computing Unit che comincia la storia di Il diritto di contare, una storia di progressisismo raccontata attraverso il progresso scientifico, un esempio potente che ci ricorda che gli esseri umani possono realizzarsi solo se gli altri concedono loro la possibilità, solo se gli altri trovano la forza di andare oltre le immagini proiettate, le convenzioni stabilite, i pregiudizi consolidati.

Il diritto di contare è un feel good movie, cioè un film che fa stare bene chi lo guarda e che si guarda per stare bene. È girato e montato con semplicità, storia e personaggi hanno la priorità, regia e scrittura si limitano a fare da sostegno a una storia di per sé appassionante. Per certi versi, il film ricorda le pellicole hollywoodiane ai tempi del New Deal di Roosevelt: belle storie raccontate in maniera semplice, personaggi amabili premiati dal lieto fine, valori positivi che tutti possono condividere e belle parole che tutti possono ripetere. In quegli anni, il governo USA premeva sui produttori perché facessero solo certi film e solo in una certa maniera: erano gli anni della Grande Depressione, il popolo (e il governo) aveva bisogno che il cinema fosse un momento di pausa dalle immense difficoltà quotidiane, un intervallo di serenità in vite sconquassate dalla crisi economica. È in questo contesto e per questa ragioni che il Cinema Narrativo Classico americano raggiunge uno dei momenti di suo massimo splendore e Hollywood vive un nuova Età dell’Oro.

Il diritto di contare si inserisce nella grande tradizione del Cinema Narrativo Classico: è proprio pensato, scritto, diretto e interpretato per ricostruire (anche solo per un attimo, anche solo in parte) la nostra fiducia nell’umanità. Se nella Virginia del 1961 tre donne afroamericane hanno contribuito a cambiare il mondo grazie alla loro intelligenza e perserveranza e nonostante il razzismo e sessismo dell’epoca, allora c’è speranza anche per noi, no? Se l’America è riuscita a superare l’orrore della segregazione razziale, allora passerà anche la nottata cominciata a novembre 2016, giusto? Se con la tecnologia degli anni ’60 siamo riusciti ad andare nello spazio, non c’è limite a quel che possiamo fare grazie a quella del 2017, non è così?

Il bello de Il diritto di contare è che risponde a queste domande con una certezza ferrea e un ottimismo cristallino: sì, c’è speranza anche per noi e certo, anche questa nottata passerà e no, non c’è limite a quello che possiamo fare, Katherine Johnson, Dorothy Vaughn e Mary Jackson stanno lì a dimostravi che è così , che è vero, che è possibile. La storia di queste tre donne ci ricorda che we shall overcome, come cantavano e dicevano praticamente tutti negli anni ’60: più o meno in italiano si traduce con “noi ce la faremo”.


Kong: Skull Island

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Regia di Jordan Vogt-Roberts. Scritto da Max Borenstein, Derek Connolly, John Gatins, Dan Gilroy. Cast: Tom Hiddleston, Brie Larson, Samuel L. Jackson, Corey Hawkins, Toby Kebbell, Shea Whigham, Jason Mitchell, John Goodman, John C. Reilly

Trama: un gruppo di scienziati, soldati ed esploratori parte alla ricera di una leggendaria Isola del Teschio, un’isola del Pacifico tanto pericolosa quanto affascinante. Al di là di ogni loro aspettativa, la squadra procede inconsapevole di entrare nel dominio del potente Kong, innescando la battaglia finale tra uomo e natura. Nel momento in cui la loro missione di scoperta diventa una lotta per la sopravvivenza, dovranno combattere per sfuggire da un Paradiso primordiale al quale gli uomini non appartengono.

Nei suoi cento e passa anni di storia il cinema ha prodotto tantissime icone, personaggi entrati a far parte della memoria collettiva, attori diventati pezzi del patrimonio popculturale mondiale, fantasie che si sono intrufolate nel reale aggrappandosi alla mente degli spettatori. Tra queste icone c’è sicuramente King Kong, l’enorme gorilla portato per la prima volta sul grande schermo nel 1933 da Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack : anche chi non ha mai visto un film in vita sua ha in testa l’immagine di Kong che si arrampica sull’Empire State Building, con una mano tiene stretta Ann Darrow e con l’altra abbatte biplani come se scacciasse mosche. Il primo King Kong altro non fu che la conferma delle infinite possibilità di un mezzo all’epoca ancora giovane: il cinema era (è) un mondo in cui tutto è possibile, parole e immagini che si fondono per creare realtà impossibili, la settima arte e l’ottava meraviglia del mondo (come Kong veniva definito nel film di Cooper e Schoedsack, come i registi volevano inizialmente intitolare il loro film). La ragione per cui il King Kong del 1933 fu così amato è la stessa che portò la gente a scappare in preda al panico quando i fratelli Lumiere proiettarono L’arrivo del treno alla stazione di La Ciotat, il 6 gennaio del 1896: quello che gli spettatori vedevano sullo schermo era incredibile e l’incredibile tende a suscitare sentimenti forti (amore, odio) e reazioni estreme (gioia, panico). La ragione per cui il King Kong del 1933 fu così amato è la stessa che fece tornare la gente al cinema nonostante lo spavento di quel 6 gennaio del 1896: sembrava che il treno stesse per travolgerli, ma la meraviglia valeva bene lo spavento. Fu la capacità di meravigliare e la disponibilità a meravigliarsi a trasformare un pupazzo animato in stop motion da Willis O’ Brien in un’icona cinematografica. Fu la capacità di meravigliare e la disponibilità a meravigliarsi a fare di Kong un re.

Dal 1933 in poi, però, il mito di Kong si è offuscato: certo ci fu un sequel già nello stesso anno diretto da Shoedsack (Son of Kong), ci fu un reboot nel ’76 e un sequel del reboot nell’86 (King Kong e King Kong Lives, entrambi di John Guillermin) e ci sono stati un sacco di apocrifi giapponesi in cui Kong combatte contro kaijū (mostri) d’ogni forma e colore. Ci sono stati un sacco di film con protagonista il gorilla dell’Isola del Teschio dopo quella prima volta nel 1933, ma la verità è che per settantanni Kong è stato un pupazzo coperto di polvere e dimenticato sugli scaffali della vecchia Hollywood. Probabilmente i tempi dei mostri son passati, oggi il pubblico è troppo scafato (o tale gli piace considerarsi, tale gli piace esser considerato) per farsi prendere da cose così, oggi lo spettatore nota tutti i trucchi e non c’è magia cinematografica che tenga,non c’è modo di meravigliare e meravigliarsi.

Qualcosa però a un certo punto cambia: nel 2005 Peter Jackson decide di fare un remake del King Kong originale, film del quale si era innamorato a 9 anni e che lo aveva lasciato in lacrime di fronte alla tv nel momento in cui Kong precipita dalla cima dell’Empire State Building, film che a 12 anni aveva tentato di riprodurre usando la sua camera Super8, film che divenne poi il suo preferito e ragione che lo portò a scegliere il regista come mestiere. Dopo il successo indescrivibile della Trilogia dell’Anello, Jackson è uno dei registi più famosi, cercati, ricchi del mondo: chi meglio di lui per resuscitare King Kong, chi meglio del regista che è riuscito a trasformare in film un romanzo da sempre considerato impossibile da trasporre come il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien per restituire al presente un film che ha fatto la storia del cinema americano? Dopo un lunghissimo sviluppo (la prima volta che a Jackson fu offerto di dirigere un film su King Kong era il 1995, ma il progetto si realizzerà solo dieci anni dopo a causa di diritti da discutere, accordi da trovare, impegni da mantenere) e sei mesi di riprese, a dicembre 2015 King Kong torna sul grande schermo: il film è un successo di pubblico (oltre 500 milioni i dollari incassati in tutto il mondo a fronte dei 207 spesi in produzione) e di critica e vince anche tre Oscar (miglior montaggio sonoro, miglior mixaggio, migliori effetti speciali).

Peccato che la cosa si fermi lì, per Jackson la missione è compiuta e il sogno è realizzato: basta così, scimmione ti ringrazio per tutto quel che m’hai dato ma ora è il momento di salutarsi. Ma la Universal non la pensa proprio così perché King Kong è una proprietà intellettuale di quelle importanti e noi viviamo nell’epoca in cui le proprietà intellettuali bisogna farle fruttare, spremerne fino all’ultima goccia di succo e poi mangiarne la polpa e dopo rosicchiarne pure la scorza. Viviamo anche nell’epoca degli universi condivisi, contenitori in cui le case di produzione mettono dentro tutte le loro proprietà intellettuali più importanti proprio con l’obiettivo di farle fruttare il più possibile: per capirci, pensate a cosa ha fatto la Disney con il Marvel Cinematic Universe, la Warner con il DC Expanded Universe, la Fox con gli X-Men. Il metodo è questo: le case di produzione hanno un numero X di personaggi più o meno iconici di loro proprietà? Prima ci fanno un numero X di film “solisti” (uno per ogni personaggio) in cui però fanno capire che tutta questa gente vive nello stesso universo e nello stesso momento, poi ci fanno un film crossover in cui fanno incontrare tutta questa gente tutta nello stesso momento. I soldi stanno nel film crossover, perché gli spettatori son più disponibili a pagare per uno spettacolo che mette assieme tanti fenomeni da baraccone e che passa in città una volta ogni tre anni. Avete presente gli Avengers? Avete presente tutti i film di supereroi Marvel che sono stati fatti prima di poter fare gli Avengers? Ecco, gli universi condivisi funzionano in questa maniera e per queste ragioni.

Il successo del Kong Kong di Jackson fa capire alla Universal che il pubblico c’è e il successo degli universi condivisi fa capire alla Universal che il modo c’è.

Tizio della Universal 1: “Prendiamo il nostro mostro e mettiamolo in un universo in cui ci sono altri mostri, facciamoci i film solisti che ci servono e poi dedichiamoci al crossover”

Tizio della Universal 2: “Ma oltre a Kong non abbiamo nessun altro mostro tra le nostre proprietà intellettuali, inventarne uno nuovo costa troppo e non assicura il guadagno… Ci servirebbe un altro mostro già pronto, iconico quanto lo scimmione e altrettanto remunerativo”

Tizio della Universal 1: “Eh, la Warner ha Godzilla… Possiamo fare una telefonata e vedere se hanno voglia di collaborare”

È più o meno così che mi immagino sia andata la discussione nel quartier generale della Universal ed è più o meno così mi immagino sia nato il MonsterVerse, l’universo condiviso che mette assieme i mostri cinematografici più famosi del mondo: Godzilla, il lucertolone della Warner, e Kong, il gorillone della Universal. Abbiamo finalmente l’universo condiviso e possiamo finalmente metterci a fare i film solisti: il reboot della saga di Godzila esce nel 2014, questa settimana è uscito il reboot di quella di King Kong, nel 2019 uscirà il sequel di Godzilla, nel 2020 il crossover Godzilla vs Kong. Il titolo è King Kong: Skull Island, di cui comincio a parlare con non so nemmeno io quante battute di ritardo.

Dunque, Skull Island è un prodotto d’intrattenimento e solo un prodotto d’intrattenimento: il film non ha sottotesti da scovare o messaggi da cogliere, non ha significati nascosti o simbolismi da decifrare. È un film d’azione e d’avventura, niente di più e niente di meno.

È un buon film d’azione e d’avventura, con una trama lineare, un gran ritmo, un cast di ottimo livello, una regia semplice ma raffinata (conferma delle doti già mostrate da Jordan Vogt-Roberts in King of Summer), una fotografia da urlo e scene d’azione così spettacolari che riescono a far dimenticare persino lo humor forzato che spesso le interrompe. Il mito di Kong è rispettato, rinnovato e ampliato, e qua e là sono sparsi indizi che fanno capire quale strada percorrerà il MonsterVerse in futuro. C’è tutto quello che ci deve essere, insomma. Tutto bene, quindi?

Tutto bene se siete fan dei film di mostri giganti come me, perché vi basterà vedere Kong che spappola una piovra gigante o che frantuma la mandibola a uno skullcrawler per divertirvi. Ma se fan non siete, Skull Island potrebbe lasciarvi (probabilmente vi lascerà) indifferenti: come spesso succede con i film costretti ad avere successo perché dal loro successo dipende tantissimo, Skull Island è un composto chimico preparato da gente del mestiere che sa perfettamente cosa bisogna fare per far sì che il film piaccia e incassi. Come Il risveglio della Forza o il reboot dei Ghostbusters (gli esempi più recenti che mi vengono in mente), questo film cerca di piacere a tutti e quindi non ha né discese ardite né risalite stordite (come direbbe Homer Simpson): è un prodotto ben confenzionato e ottimamente venduto, un esperimento in cui tutti i componenti si legano come previsto e reagiscono come ci si era immaginati. Il punto è che la prevedibilità può essere un pregio nel marketing e nella chimica, di certo non nel cinema: un film che sa di già visto perché di fatto è già visto (ormai tutti i blockbuster sono identici, esteticamente e narrativamente) è male, a prescindere da quanti biglietti faccia vendere, da quanti bluray faccia comprare, da quanti universi condivisi ti faccia costruire. Un film senza un acuto di originalità, senza un guizzo rischioso, senza uno sprazzo di novità è male, a prescindere da quanti mostri giganteschi faccia combattere.

 

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