Cosa c’è di bello al cinema: Moonlight e Manchester by the sea

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cosa c'è di bello al cinema

a cura di Francesco Gerardi

Siamo in piena stagione Oscar, quindi ora tocca andare al cinema il più possibile per recuperare tutto quel che si può recuperare prima dell’89esima Cerimonia. Questa settimana sono usciti due film che potrebbero strappare statuette importanti dalle mani del pigliatutto La La Land (che con 14 nomination porterà comunque a casa un sacco di oro, quindi non se ne avrà a male): Moonlight e Manchester by the sea .

Moonlight

moonlight

Regia di Barry Jenkins. Scritto da Barry Jenkins. Cast: Mahershala Ali, Naomie Harris, Janelle Monáe, Trevante Rhodes, Ashton Sanders, André Holland. Il trailer è questo qui.

Trama: Moonlight racconta l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta di Chiron, un ragazzo afroamericano cresciuto nelle periferie di Miami. Un film intimo e poetico sull’identità, la famiglia, l’amicizia, l’amore, animato dalle interpretazioni di un meraviglioso cast di attori.

Se Moonlight fosse uscito l’anno scorso, tanti di noi non ne avrebbero mai sentito parlare. Il film avrebbe faticato a uscire dal recinto dei festival più o meno indie, magari avrebbe appassionato i critici ma probabilmente l’Academy avrebbe speso queste otto nomination (regia, attore non protagonista, attrice non protagonista, sceneggiatura non originale, fotografia, montaggio e colonna sonora) su altro. Non perché il film non meriti le attenzioni, i complimenti, le nomination o i premi, badate: è che un anno fa il mondo era un altro e quindi gli Oscar erano altri perché gli Oscar sono (sono sempre stati, saranno sempre) un riflesso dell’attualità. Per spiegar meglio e dare contesto: nel 2016 in questo periodo c’era ancora Barack Obama alla Casa Bianca e le strade d’America si riempivano delle proteste del movimento Black Lives Matter contro quella police brutality di cui afro e ispanoamericani sono le vittime principali. Presto il dibattito si allargò, si cominciò con le violenze della polizia ai danni delle minoranze e si finì con il razzismo endemico che esclude quelle minoranze dalla vita sociale, politica, culturale, economica del paese.

L’Academy non riuscì a capire l’importanza storica del momento e le nomination agli Oscar del 2016 diventarono un esempio dell’esclusione di cui sopra: una giuria composta soprattutto da bianchi decide che a meritare il premio sono soprattutto i bianchi, nelle categorie miglior attore protagonista, miglior attrice protagonista, miglior attore non protagonista e miglior attrice non protagonista ci sono solo bianchi. A tanti i conti non tornano: e Michael B. Jordan in Creed? Samuel L. Jackson in The Hateful Eight? E Idris Elba in Beasts of No Nation? Sui social network si diffonde #Oscarssowhite, hashtag di protesta nato nel 2015 per dire che è statisticamente impossibile che in tutta America non ci siano attori, registi, sceneggiatori che possiedano queste due caratteristiche: pigmentazione scura e talento cinematografico.

Un anno dopo, l’America e l’Occidente tutto paiono… Mi piacerebbe dire cambiati ma so che la parola giusta è precipitati: le presidenziali USA le ha vinte il destrorsissimo Donald Trump, mentre in Europa assistiamo alla marcia delle destre neo-fasciste senza riuscire a capire né perché stia succedendo né cosa fare per evitare che succeda. Hollywood prende male l’elezione di Trump e le prime decisioni della sua amministrazione (il Muslim Ban su tutte) e ogni occasione è buona per ribadire che c’è un’America migliore per la quale vale la pena combattere, ognuno con i suoi mezzi, ognuno con i suoi modi.

Un anno dopo, l’Academy ha imparato la lezione di #Oscarssowhite: in giuria ora ci sono più afroamericani, più ispanici e più asiatici, e le nomination si sforzano di riassumere il cinema americano tutto e di mandare un messaggio alla società americana tutta: a prescindere da razza, credo religioso, opinioni politiche e filosofie personali, tutti facciamo parte dell’esperienza umana e l’arte deve raccontare l’esperienza umana altrimenti non è arte. E finalmente arriviamo a Moonlight.

Barry Jenkins è poco più che un esordiente: prima di Moonlight s’era fatto notare per lo splendido Medicine for Melancholy, film del 2008 di cui avrete sentito parlare solo se siete di quelli tanto fissati col cinema da sapere di cosa sto parlando quando dico South by Southwest, Maryland Film Festival e Toronto International Film Festival. Negli otto anni trascorsi da quel primo film, Jenkins ha scritto un sacco di sceneggiature ma non è mai riuscito a trasformarne una in film. Nonostante le difficoltà, non s’è mai fermato e alla fine è arrivato allo spettacolo teatrale In moonlight black boys look blue, di Tarrell Alvin McCraney: lo spettacolo piace sia a lui che alla produttrice Adele Romanski, assieme alla quale decide di adattarlo per il grande schermo con il titolo di Moonlight.

Moonlight racconta la vita di Chiron, afroamericano nato nelle case popolari di Liberty Square, Miami (dove sono nati e cresciuti sia Jenkis che MCraney, dove il film è stato girato). La storia è divisa in tre atti che corrispondono ognuno a un momento della vita di Chiron, in ognuno di questi atti Chiron è interpretato da un attore diverso: il bambino di Little è Alex Hibbert, l’adolescente di Chiron è Ashton Sanders, l’adulto di Black è Trevante Rhodes (durante le riprese, i tre attori non si sono mai incontrati per evitare il rischio di influenzare le interpretazioni l’uno dell’altro). Nella sceneggiatura c’è tanto sia della vita di Jenkins che di quella di McCraney: s’è già detto che entrambi sono nati a Liberty Square, ed entrambi figli di madri tossicodipendenti proprio come Chiron, entrambi hanno sofferto le violenze di cui son sempre vittima quelli percepiti come estranei, diversi, strani.

Per temi e per estetica, Moonlight è un film che non siamo troppo abituati a vedere tra i candidati alla statuetta di miglior film. Dico per estetica perché per quanto narrativamente denso, il film ha pochissimi dialoghi e si affida moltissimo alle interpretazioni degli attori, alla regia di Jenkins, al montaggio di James Laxton. Dico per temi perché racconta frammenti d’umanità trascurati spesso e tanto, al cinema e fuori: c’è la lotta contro il mondo di un afroamericano nato povero in un sistema che fa della povertà un’eredità da passare di generazione in generazione, c’è il conflitto interiore di un omosessuale represso da un ambiente che fa del machismo un tratto indispensabile alla sopravvivenza, c’è lo stridore tra i ruoli in cui spesso la società ci incastra e le persone che vorremmo, potremmo essere. E c’è tanto altro che non basterebbe tutta l’Internet per parlarne.

Sin dalla prima proiezione al Telluride Film Festival lo scorso 2 settembre, la critica americana ha adorato il film: David Rooney di The Hollywood Reporter ha scritto che “toccherà profondamente chiunque abbia lottato alla ricerca della propria identità, o di legami in un mondo solitario”; Justin Chang del Los Angeles Times ha detto che “il film porta lo spettatore ad andare oltre l’apparenza di Chiron e i suoi superficiali significanti d’identità, si immerge in stereotipi familiari solo per smontarli dall’interno. Un film in cui non si dice molto. Un film che dice tutto”. Ma la cosa più bella che ho letto (e quella che si avvicina di più a quel che penso io) è quella che ha scritto Joshua Rothkopf su Time Out New York: “Film come Moonlight sono senza dubbio la ragione per cui andiamo al cinema: per capire, per avvicinarci, per soffrire, sperando di avere qualcuno accanto”.


Manchester by the sea

manchester by the sea

Regia di Kenneth Lonergan. Scritto da Kenneth Lonergan. Cast: Casey Affleck, Michelle Williams, Kyle Chandler, Matthew Broderick, Gretchen Mol, Kara Hayward, Tate Donovan, Heather Burns, Josh Hamilton, Erica McDermott, Lucas Hedges. Il trailer è questo qui.

Trama: la storia dei Chandler, una famiglia di modesti lavoratori del Massachusetts. Dopo la morte improvvisa del fratello maggiore Joe, Lee viene nominato tutore legale del nipote. Lee è però tormentato dal proprio tragico passato, che lo ha allontanato dalla moglie Randi e dalla comunità in cui è nato e cresciuto.

Sei nomination agli Oscar e candidatura a Film of the Year (titolo assegnato ogni anno dall’American Film Institute) per l’ultimo film di Kenneth Lonergan, che magari conoscete perché ha diretto Margaret o perché ha scritto Gangs of New York. Manchester by the sea è probabilmente l’opera che lo conferma tra i migliori cineasti della sua generazione, regista-sceneggiatore capace di raccontare storie intime, profonde, struggenti, quotidiane e straordinarie. Storie come quella di Lee (interpretato da Casey Affleck, che è arrivato a questa parte perché gli impegni hanno costretto Matt Damon a rinunciarci), un uomo che ha abbandonato tutto a causa di un dolore dal quale non riesce ad allontanare la mente, un uomo che una tragedia costringe a tornare nei luoghi dai quali è scappato, ad assumersi responsabilità a lungo ignorate, ad affrontare traumi lontani nel tempo eppure freschi nella mente.

È difficile parlare oltre di questo film, perché il rischio è raccontare dettagli della vita di Lee che al momento paiono irrilevanti e che poi si riveleranno fondamentali: “Mentre è chiaro che Lee è un uomo distrutto che sta ancora scavando tra le macerie di una vita passata, il film si prende il suo tempo nel raccontare i dettagli della tragedia che lo ha segnato”, scrive giustamente Matt Zoller Seitz su Rogerebert.com. E Manchester by the sea sta tutto lì, nel tempo (lento, dilatato) impiegato per raccontare il passato del suo protagonista e spiegarcene così il presente: è questo tempo che fa cambiare il punto di vista dello spettatore, portandolo prima ad accettare le ragioni della “fuga” di Lee, poi a comprenderne gli errori, infine a costruire assieme a lui la soluzione.

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